LEZIONE 7

Giulio Pozzana Presidente Equipe Veneziana di Ricerca

I SITI ARCHEOLOGICI DELLA LAGUNA DI VENEZIA

Ad integrazione della relazione del Prof. Giulio Pozzana, si riporta il testo della comunicazione tenuta dal Prof. Vladimiro Dorigo ad un corso di studi organizzato a Palazzo Ducale dall'Equipe Veneziana di Ricerca, in collaborazione con le Soprintendenze ai Beni Architettonici, Ambientali ed Archeologici.


INSEDIAMENTI IN LAGUNA

WLADIMIRO DORIGO

Università degli Studi di Venezia

Palazzo Ducale, 10 maggio 1994


STORIA DELLE DINAMICHE AMBIENTALI ED INSEDIATIVE NEL TERRITORIO LAGUNARE VENEZIANO


Un discorso sulla storia delle dinamiche ambientali e insediative nel territorio lagunare veneziano sarebbe stato pochissimi anni or sono forse impensabile o completamente diverso da quel che è possibile oggi. Per secoli Venezia ha basato il suo potere politico, la sua vita civile sull'affermazione della libertà antica consentitale e conservatale dalle acque che come delle mura cingevano la Patria. E' questa un'asserzione retorica abbastanza nota di un letterato che si chiamava Giovambattista Cipelli e si firmava Egnazio, il quale ha forgiato appunto una serie di affermazioni fatte a mo' di lapide imperitura; e una la­pide appunto si trova ancora nelle stanze del Magistrato alle Acque di Venezia, nella quale si ammonisce che questa città, fondata nelle acque, è circondata dalle acque ed è munita come un muro dalle acque. Ora si sa che il “murus” nell'antichità fu non solo la difesa di una città, ma la dotazione stessa che poteva configurare in termini materiali il diritto di una città di essere città.

Quando Rotari distrugge i centri della Liguria attorno al 640 d.C. - narra un cronista Carolingio, il Fredegario - "ordinò che le mura fossero demolite e che queste città non potessero più chiamarsi città".

Da alcuni anni a questa parte sono successe un certo numero di cose, e la prima cosa che è avvenuta è stata l'azione, l'avventura lunga e paziente di un amico veneziano che ha passato la sua vita, si può dire, in Laguna, fin dagli anni '50.

Quest'uomo si chiama Ernesto Canal, ha lavorato per oltre quarant'anni fra barene e canali lagunari, ha scoperto, identificato, studiato circa 200 siti archeologici, soprattutto nella laguna settentrionale, portando alla luce decine di migliaia di reperti, i quali sono stati consegnati agli Enti di tu­tela. Questo enorme materiale povero non è stato finora quasi mai studiato, ma con progressiva consapevolezza e competenza ha provveduto a studiarlo Canal, anche in collaborazione con chi vi parla e oggi siamo ormai alla fase finale di una ricerca nella quale una serie di elementi complessivi, di "evidenze", si propongono agli studiosi in un modo inignorabile e irrefutabile.

Quando mi sono avventurato, una quindicina di anni fa ad un lavoro sulle origini veneziane, non ho potuto fare a meno di passare lunghe serate con questo amico, per ragionare su tutto quello che era caduto sotto la mia osservazione (fonti, cartografie, letteratura interdisciplinare), su tutto quello che era stato da lui acquisito (reperti, situazioni, notizie), e per stabilire insieme con lui elementi di metodo con i quali lavorare a questo riguardo. Poi io sono andato avanti con il mio lavoro, lui è andato avanti con il suo, ci siamo sentiti sempre; il risultato è stato una proposta che ho avanzato in un libro del 1983: ci sono state delle dinamiche ambientali che hanno profondamente condizionato la storia fisica dei luoghi e delle colonizzazioni. Queste dinamiche hanno profondamente tramutato questi luoghi, tanto da implicare una radicale revisione di tutte le conoscenze precedentemente note. Sulla storia di Venezia e della laguna sono state scritte biblioteche intere, da diversi secoli a questa parte scrittori anche importanti si sono esercitati nel tentativo di capire com'era nata la città, come la laguna l'aveva abbracciata; ma era sfuggito un primo elemento fondamentale di storicizzazione, non vi fu quasi mai l'avvertenza di tenere a mente quello che al giorno d'oggi si trova in qualsiasi manuale di Geografia per le scuole secondarie, e cioè che esistono pochissime cose in natura che siano così mutevoli come una laguna.

L'attore fondamentale di una laguna è l'acqua; essa ne modifica la forma, le superfici, i margini, i fenomeni antropici che vi si insediano. D'altra parte, fino a pochi decenni or sono non era entrata in campo, con altri elementi conoscitivi fondamentali, una scienza abbastanza giovane: l'oceanografia.

L'oceanografia, a partire dalla fine della prima metà di questo secolo, ha ingaggiato un combattimento conoscitivo con la realtà dei livelli marini, che non aveva mai avuto alcun pratico precedente.

Se si leggono gli storici antichi, se si legge Alvise Cornaro o Cristoforo Sabbadino per quanto riguarda questi luoghi, o altri scrittori più recenti per quanto riguarda altri luoghi, ciò che al massimo si può trovare è un sospetto non quan­tificato circa il mutamento del rapporto fra il mare e la terraferma, formulato nel senso che il livello del mare sia andato progressivamente crescendo. Chi legga per esempio un'opera di un illustre dilettante, pieno di intelligenza ma anche di lacune scientifiche specifiche, come i libri di Eugenio Miozzi, pubblicati fra gli anni '50 e gli anni '60, può constatare come uno dei più acuti conoscitori del regime lagunare proponesse l'esistenza di un fenomeno di subsidenza del territorio, bradisismo negativo (in sostanza compattamento del terreno, calo di esso rispetto ad un punto assoluto) aggiunto ad un movimento progressivo di rialzo del livello medio del mare.

Ma da questi elementi, che erano già degli elementi innovativi – ancorché rozzamente posti - non si ricavava un quadro che fosse di trasmutazione ambientale, storicamente indagabile, ripercorribile, e restituibile dagli studi, partendo dalla situazione attuale. Se si conosce il movimento che è in atto, se se ne conoscono i valori, si può risalire nel tempo "coeteris paribus", nell'ipotesi che non cambino determinati fattori fondamentali. Ma un esercizio del genere non era stato tentato, da questo o da altri autori.

L'oceanografia degli ultimi decenni ha mutato radicalmente questo panorama. Gli oceanografi, primo fra tutti il Fairbridge, hanno d'altra parte fruito del contributo di molti biologi, di molti archeologi, nella ricerca di capisaldi, quali si possono ritrovare un po' dappertutto, dalla vita di organismi marini all'esistenza di strutture archeologiche; diverse altre discipline, fornendo questi dati, hanno potuto così consentire agli oceanografi di calibrare conoscenze specifiche, estese all'intero pianeta con le evidenze già proposte da un'altra giovane disciplina, la paleoclimatologia, i cui risultati erano stati da poco esposti principalmente dal Brooks: la rappresentazione coordinata del mutare delle stagioni antiche e dei livelli marini ha reso così possibile la costruzione di una curva, sulla quale si sono poi esercitati, per ottimizzarla, estenderla, specificarla molti altri studiosi.

Questa curva è una specie di sinusoide capricciosa, essa indica con chiarezza che i livelli marini non stanno mai fermi, e fornisce una spiegazione aggiuntiva e fondamentale, non puramente meccanica, all'evidenza della mobilità e della trasformabilità delle lagune: le quali non possono mai essere "eterne", al contrario di quanto in vecchie polemiche di dieci o vent'anni or sono, taluni "principi del giornalismo" ritenevano di poter affermare.

I livelli del mare mutano, sono strettamente legati alle glaciazioni; l'ultima glaciazione, quella denominata Würm, è finita circa 18000 anni fa, e da allora il panorama fisico costiero dell'Europa, e anche di molte altre parti del mondo, è completamente mutato. C'era una serie enorme di ghiacciai che scendevano dalla Scandinavia fino al Mediterraneo, fino alla valle del Po: questa massa immensa di ghiaccio aveva "sequestrato" una quantità assai grande dell'acqua degli oceani, sì che il livello del mare era notevolmente più basso. Ormai queste acquisizioni sono ben note, ma nessuno pensava ad applicarle al piccolo, mitico mondo della laguna di Venezia.

Sembra incredibile, ma non si avvertiva che, se alla fine del Würm il mare Adriatico terminava all'altezza di Ancona, molte situazioni diverse fra loro dovevano necessariamente essersi verificate nei luoghi dell'attuale arco costiero altoAdriatico, e l'attuale laguna di Venezia non può corrispondere che al più recente degli assetti verificatisi, uno fra tanti.

E naturalmente, venendo a tempi molto più vicini a noi, si avvicinavano anche le morfologie possibili.

Una recente teoria affermava : "La Laguna si è formata circa 6000 anni fa".Ma non si chiariva in rapporto a quali confini ambientali: dov'era questa laguna? Coincideva con l'attuale ? Era più arretrata di questa? Era più avanzata ?

Le consistenze di roccia litoranea, di Beachrock, trovate a vari livelli di profondità nel mare Adriatico a partire dalla fine degli anni '60, testimoniano una marcia alternata, all'indietro e in avanti, delle linee di costa antiche. Veniamo allora a delle situazioni un po' più vicine a noi: qui entrano in campo, per studi autonomi (non correlati fra loro, e in gran parte nemmeno coscienti dell'uso che noi oggi ne possiamo fare), numerosi archeologi, Hafemann, Lagalle, De Grassi, Schmiedt, etc., i quali a partire dagli anni '30 hanno perlustrato le sponde del Mediterraneo alla ricerca di strutture antiche sommerse dal mare, le quali fossero state evidentemente costruite all'asciutto. Ne sono state trovate moltissime soprattutto nel bacino mediterraneo orientale (dove più frequenti erano stati i depositi archeologici di 2000-3000 anni or sono), ma anche sul Tirreno, in Provenza, in Istria, etc.. Sulla base di questi capisaldi, la quota che è stata stabilita da questi studiosi, è questa: il livello medio del mare, nel I sec. d. C., era a 2 metri, 2 metri e 20 cm sotto il livello assoluto di oggi.

Se noi cominciamo a utilizzare questi numeri e li colleghiamo con il fenomeno più noto della subsidenza, otteniamo delle risultanze che se non fossero prodotte da ricerche scientifiche autorevoli sembrerebbero incredibili. Non mi riferisco a certe manifestazioni eccezionali di subsidenza verificatesi negli ultimi decenni, fra Ravenna, Adria, il Polesine, dove si estraeva metano fino agli anni '50 ed oltre, e si è controllato un calo di 60-70 cm in senso assoluto dei livelli del terreno.

Sul valore della subsidenza normale nell'ambiente lagunare, posto che ve ne sia uno solo e sempre eguale a se stesso - ciò che naturalmente è improbabile - , esistono molte ricerche e molte opinioni, abbastanza differenti fra loro. Ma se cerchiamo di stabilire un valore medio sul lungo periodo, p.e. su 2000 anni, si può convenire su 14 cm di subsidenza per ogni secolo.

Qualche altro studioso tende a ridurre, p. e. a 10 cm; qualche altro distingue fra aree fabbricate, sottoposte a carichi considerevoli, e aree libere dell'ambiente lagunare, ove suggerisce solo 5 cm per secolo.

Prendendo 14 cm al secolo, in 2000 anni sono 280 cm e se voi aggiungete m.2,20 di livello del mare più basso, ne deriva una differenza assoluta di 5 metri.

Con una differenza assoluta di m. 5, si capisce che cambia tutto.

Chi si è occupato di Laguna da molto tempo, ricorda p. e. una pianta della Laguna del 1931, nella quale la Laguna, a parte pochi laghi (chiamati proprio "laghi") di una certa profondità, e naturalmente i canali, presentava una profondità media attorno ai 50 cm . Un certo giorno studiando queste cose, mi sono chiesto: il pavimento della cripta di San Marco (oggi a - 0,57 c.) è stato costruito nel IX secolo allo stesso livello dei fondali lagunari? Poiché il livello assoluto di quell'insigne monumento, e quelli della cripta di San Zaccaria e della cripta di Santa Maria di Torcello, per dire di monumenti datati indiscutibili, è inferiore al livello medio del mare attuale, ed è indispensabile che fosse in tale situazione al momento della sua costruzione, quali valori di subsidenza oltre che di eustatismo marino debbono essere ipotizzati per ottenere livelli originari convincenti? Ma a questa domanda ne seguono necessariamente altre: se Canal ha rilevato strutture sommerse romane a - 2.00, a - 3.00 sotto il livello medio del mare, quale era 2000 anni or sono il loro posizionamento rispetto alla superficie delle acque? E se ritrovamenti analoghi avvengono, come sono avvenuti, un po' dappertutto nell'area oggi lagunare, dov'era allora la laguna? Meglio ancora, c'era una laguna?

Se vogliamo ridurre i 14 cm al secolo a 10 cm al secolo, invece che ottenere 5 metri di differenza ne otteniamo 4,20, e non cambia molto; e se vogliamo ridurli a 5 cm., arriviamo a 3 m. e 20 e il risultato è sempre il medesimo, perché anche con una differenza siffatta la laguna che noi conosciamo scompare. Naturalmente bisogna tener conto di una miriade di altri fattori: dell'apporto dei fiumi, delle tempeste e delle mareggiate, del lavoro degli uomini, e così via. Ma sui grandi numeri, 55.000 ettari di questa Laguna, così com'è conformata oggi, secondo la conterminazione lagunare del 1610, non si sbaglia, quando si abbiano centinaia di punti di verifica. Questa è la mia conclusione di alcuni anni or sono, pubblicata, per la quale ho ottenuto molte occhiate di compatimento: "discorsi assurdi", etc. Ma non una sola confutazione.

Ho tentato anche di giustificare questi ragionamenti con lo studio delle fonti.

Chi si occupava di Storia della Laguna citava Cassiodoro, Tito Livio, qualche riga di Strabone, sulla base di traduzioni di comodo e di parificazioni assurde di autori il cui lavoro spazia su un periodo di sei secoli (per non dire anche di più: le fonti di Strabone, p.e., sono di 100 – 200 anni precedenti). Ma Strabone non è stato in questi luoghi, Livio probabilmente si, Plinio forse, forse anche Procopio, Cassiodoro fors'anche: ma qualche altro no; ma su tutti si è esercitata una generalizzazione assurda, come se questi autori avessero sostenuto con adeguata terminologia, l'esistenza di una Laguna, pressappoco simile o uguale alla nostra.

Chi vada a leggere le fonti con occhio avvertito, si accorge che non è vero assolutamente nulla: non esiste alcun autore greco o latino il quale abbia affermato che questo luogo era una laguna.

Per arrivare a queste conclusioni, bisogna fare anche un po' di filologia, e si può partire da Varrone. Varrone ( De lingua latina, V, 26) ci spiega cos'è un lago, cos'è uno stagno, cos'è una palude: una lacuna magna, un lacus, sono luoghi nei quali può contenersi dell'acqua perpetua et perennis, e differiscono da uno stagno, che è invece una pozza d'acqua che per lo più d'inverno si raccoglie, e d'estate si secca e scompare. Il Forcellini precisa: stagnum est aqua e mari aut flumine exundans et quiescens; la palude, poi, è pure acqua stagnante, che per lo più si asciuga d'estate.

Orbene, nessun autore latino, nessun autore classico, ha mai usato il termine lacus o lacuna, parlando di questi luoghi. Ed è interessante chiedersi - poc'anzi citavo i "laghi" lagunari - da dove salti fuori, nelle sentenze duecentesche del codice del Piovego, questa distinzione fra le paludi e il lacus all'interno del territorio lagunare, se non dalla fedeltà assoluta ai significati antichi.

Le estensioni lagunari vengono denominate paludes sempre, fino al XII secolo, e spesso fino al 1500. Per leggere una prima volta nelle fonti veneziane il termine lacuna bisogna attendere una citazione del monastero di San Giorgio del 1084 (Sanctus Georgius in Lacuna): ma, attenzione, perchè un documento subito successivo, del 1106, descrive ancora il monastero in Palude. Se vogliamo trovare la prima definizione complessiva della Laguna di Venezia occorre arrivare al 1127, in un contesto nel quale ancora per altri secoli si è continuato a parlare di Paludes; le Paludes erano tali che ancor nel 1502, il Sabellico esprimeva il suo stupore nel vedere che la distesa d'acqua lagunare scompariva dopo appena sei ore lasciando spazio a una distesa di paludi. Si noti che questo è un topos che dura in qualche modo per 1500 anni, perché analoga osservazione aveva fatto Tito Livio, narrando dell'invasione del principe spartano Cleonimo, nel 301 a.C., quando descriveva alle spalle dei lidi degli stagna irrigua...aestibus marinis. Stagni cioè alimentati dalle maree.

Vero è che lì si trattava di stagni - se ne è visto il significato in Varrone - mentre nel 1502, pur con la massima regressione marina del millennio, quindici secoli di subsidenza avevano reso assai vasta la palude, che con il flusso marino entrante si riduceva a continua distesa di acque salse. Del fenomeno avevano parlato nel VI secolo anche Procopio, con riferimento ad altre situazioni dell'Adriatico, per esempio Ravenna, e Cassiodoro, nella sua lettera sui luoghi delle Venezie soggette all' ...inundatione camporum...: anche in quel caso un'inondazione per il moto delle maree, ma di campi, cioè di qualcosa di più asciutto ed elevato di una palude.

A noi ora questo interesse, che c'è stato fino al XVI secolo, di sottolineare mutamenti, instabilità, ambiguità di questo ambiente può apparire accademico per non dire retorico; ma nel 1509 o nel 1513, per esempio, il problema idraulico della laguna non era affatto accademico. Gli imperiali di Cambrai bruciavano Mestre, bruciavano le Ville dei Morosini sulla gronda lagunare di Campalto, e quasi facevano cenno ai Veneziani "...stiamo arrivando!".

E' in quel contesto che nasce l'esaltazione storico-mitica delle "sacre mura della Patria"(Egnazio);le quali erano appunto "acquee". Venezia sarebbe stata perduta se non ci fosse stata l'acqua, almeno quell'acqua che ogni 12 ore arrivava a rendere naturalmente impraticabile il luogo; quell'acqua che nello stesso modo, secondo la tradizione, aveva costretto alla sconfitta Pipino nell'810, che voleva conquistare Rivoalto; quell'acqua degli stagni irrigati dalla marea di cui parla Tito Livio a proposito dell'invasione di Cleonimo del 301 a.C., quando narra della disfatta delle navi del principe spartano inseguite dalle fluviatiles naves planis alveis fabricatas, dei Padovani, le sole capaci di scivolare senza pescaggio nei vada stagnorum.

Certo, si poteva anche navigare con barche da carico, da queste parti, ma in flumina et fossas, come avverte Plinio il Vecchio, che scrive attorno al 77 d.C., precisando che con un percorso di 120 miglia si andava da Ravenna ad Altino, e come conferma l'Editto di Diocleziano del 301, che ci dà perfino il prezzo di un trasporto acqueo per le stesse vie interne, da Ravenna fino ad Aquileia. Questo era un percorso a tutti noto; sono note le fosse Augusta, Flavia, Clodia che da Ravenna conducevano a Chioggia (dove è ancora una piazzetta di Vigo, all'estremo nord della città, che identifica probabilmente un Vicus clodiense), dove si faceva tappa: una via, questa, che è stata chiamata ingannevolmente "via endolagunare" e più correttamente si può definire come "endolitoranea", poichè stava alle spalle dei Lidi, collegando con fosse artificiali segmenti degli alvei fluviali di foce in flumina et fossas, che non attraversavano una laguna, e sfociavano in mare in quei luoghi che non a caso i Veneziani hanno chiamato per secoli "fuoze", prima di denominarli porti, quando l'ambiente fu completamente mutato.

Strabone, il quale è stato più volte citato perché usa, una sola volta, il termine "stagni marini" (limnothàlattes) invece del suo usuale "paludi" (éle), non ci dice purtroppo dove si trovasse, all'interno della regione dei Veneti, questa limnothàlatta e non sappiamo se possiamo identificarla con gli stagna inrigua di Livio.

Egli scrive infatti il suo libro V intorno al 15 - 20 d.C., mentre Tito Livio aveva scritto il suo libro decimo circa 25 anni prima della nostra era, cioè circa una quarantina d'anni prima. D'altra parte, Tito Livio da buon padovano, era probabilmente un conoscitore autottico delle situazioni reali, Strabone invece si basava su geografi greci più antichi e su aggiornamenti che talvolta gli pervenivano. Una importante notizia nuova viene usata da Strabone, che è stata raramente osservata (e anche da me, devo dire, sinora poco utilizzata): dopo aver parlato in generale delle paludi venete Strabone ci informa che "come nel Basso Egitto, il territorio viene delimitato con fosse e argini, e in parte viene prosciugato e coltivato, e in parte viene reso navigabile". La curva del livello marino di cui ho parlato, stava discendendo al suo minimo ( che verrà toccato alla fine del secolo I d.C.), e aveva ormai notevolmente mutato la situazione ambientale, probabilmente non lasciava nemmeno più penetrare acqua marina, se non in mareggiate eccezionali.

Le paludi costiere si proponevano come un territorio nuovo, da coltivare, con argini a difenderlo, con fosse per garantirne l'attraversamento: è la stessa procedura che si adopera ancora oggi: si costruisce una "coronella", si scava un canale, e gettando il materiale di scavo dentro la "coronella" si guadagnano insieme il terreno e l'alveo navigabile.

Questa grande opera, in corso mentre scrive Strabone, non era ancora iniziata circa quarant'anni prima, quando scriveva Tito Livio, che non la conosceva.

Forse è proprio attorno a questi decenni che la fossa Clodia arriva a Chioggia, e la navigazione viene estesa con un sistema di altre fosse che arriva ad Altino: è un'operazione di bonifica integrale del territorio, favorita probabilmente dalla cultura locale dei municipi dei Veneti, e di creazione di alvei di navigazione quali erano stati iniziati dagli Etruschi (ce lo dice Plinio) e venivano continuati dall'imperatore Claudio.

Prima di arrivare ad Altino, il percorso non è muto. Troviamo la memoria di Santa Maria della Cava, una chiesa molto antica scomparsa sul declinare del Medioevo, situata presso una foce che ad un certo punto si è seccata ed è diventata Porto Sicco, Santa Maria di Porto Sicco (e si noti che Cava è il termine veneziano medioevale che significa fossa artificiale); troviamo naturalmente Poveglia, l'antica Popilia, prima località a sud del districtus Rivoalti, ove cominciava il territorio municipale di Padova (presso Matamauco), e luogo di confino nell' 864 per i servi del doge assassinato Pietro Tradonico; troviamo S. Servolo, monastero fondato almeno nell'VIII secolo, che viene evacuato dai monaci nell'819 per la progrediente minaccia delle acque; poi passiamo per il canale di Castello, dove sorge la cattedrale venetica di Olivolo (830 c.), dove è ricordato un antico mercato, probabilmente un luogo castrense bizantino, dove un documento ufficiale del 1138, per la concessione ai benedettini di Fruttuaria della chiesa di S. Daniele, attesta l'esistenza di monumenta quae modo ibi sunt vel in antea fuerunt. Oltre ancora si passa, molto probabilmente, per l'isola ora nota come Lazzaretto nuovo, che nel 1015 era una vigna di proprietà degli Orseolo detta Muradlia cum muro circumdata, ove si notavano petras maiores vel minores et iacentiae esistenti tam suptus terra vel supra terra; forse un'altra statio, prima di arrivare ad Altino.

Come si chiamava questa fossa? Nessuno lo sa. Ma forse si può avanzare un'ipotesi, che si chiamasse Popilia, sia perchè abbiamo incontrato una statio confinaria di questo nome, sia perché, oltre Altino, una serie di fonti medioevali fra il XII e il XVI secolo ci attesta l'esistenza di una fossa (cava, canale publico, canale maiore, palata, silva, litus ) di nome Pupiliola, lungo un percorso di circa 70 Km. se non di più, fra i dintorni di Mazzorbo ("Tumbadoria" è da quelle parti) e il territorio che sta ad oriente di Caorle. Questo percorso, del quale siamo ampiamente informati durante l'età medioevale e moderna, configura pressochè certamente una "Fossa Popiliola", e se c'era una Fossa Popiliola forse c'è stata anche una "Fossa Popilia", dato che almeno dal III secolo la navigazione endolitoranea si era estesa da Altino ad Aquileia, ed è poi continuata per tutto il Medioevo, come principale asse di comunicazione della provincia bizantina e del ducato veneziano, da Grado a Cavarzere. Sono state necessarie, lungo i secoli, opere di continua manutenzione, adeguamento, sostituzione: sono stati anastomizzati segmenti di fiume, con cave di congiungimento, comenzarie, drizzagni; abbiamo p.e. anche documenti tardi molto dettagliati sulla necessità di sostituire con un altro percorso un pezzo della Povegliola, presso Jesolo, perché era interrata, e bisognava garantire la continuità della navigazione.

Tornando all'età antica, possiamo chiederci che cosa sia avvenuto nei secoli del tardo impero sul territorio bonificato di cui ci parlava Strabone. Possiamo subito stabilire che, tenendo conto del fattore di subsidenza e del manifestarsi di una prima trasgressione medioevale fra il IV e il VI secolo, esso fosse nuovamente ritornato sotto il pericolo delle invasioni di marea. Canal ha ritrovato nella Laguna nord numerosi argini tardo antichi di probabile difesa dalle acque marine. Ma è certo altresì che esso era ancora attraversato da fiumi come lo era stato nel IV secolo a. C., quando Livio attesta quell' Ostium fluminis Praealti che dovrebbe essere il porto di Malamocco, dove penetrano le navi di Cleonimo.

Esiste un'altra fonte importante, che al riguardo non viene mai citata, ed è Procopio, altro testimone autottico, con la sua "Guerra Gotica". Ci dice Procopio che il generale bizantino Narsete doveva arrivare da nord-est in aiuto di Ravenna e che trovandosi di fronte gli Ostrogoti di Totila, e in certi altri punti della regione i Franchi, non sapeva come fare. Si consulta, il buon Narsete, con uno dei suoi fidi, un certo Vitaliano, nipote di Giovanni, "il quale era molto pratico dei luoghi", e questi gli suggerisce di passare lungo la linea di costa, dove le popolazioni erano fedeli all'imperatore, facendo seguire la sua armata da alcune navi e molte barche: perchè, chiarisce Procopio, mentre Totila pensava che i bizantini non sarebbero potuti passare lungo la costa, che in più punti non era percorribile perchè numerosi fiumi navigabili vi mettevano la foce, quando l'esercito venisse a trovarsi presso quelle foci, potesse passare agevolmente formando un ponte su quelle barche sopra la corrente fluviale.

Ancora una volta, la soluzione sembra frutto della sperimentata sapienza dei luoghi, come la ritroviamo nella cultura medioevale di Venezia.

Naturalmente, sarebbe un po' difficile immaginare che l'esercito di Narsete sia passato con un ponte di barche sopra il porto di S. Nicolò o sopra il porto di Malamocco; infatti, quei porti allora non erano tali. Erano delle foci di fiumi, come attesta Procopio, e come confermano secoli di idronimia altoadriatica, che ha quasi sempre chiamato quei luoghi "fuoze", prima di denominarli come "porti" in età moderna (la prima citazione come porti è in Giovanni diacono, c. 1008).

Resta da chiedersi se, nonostante quei numerosi difficili guadi, sussistesse una strada sui lidi, come pur ha ritenuto qualche autore moderno. La ritengo impensabile. Ma ciò non significa rendere incredibile la narrazione di Procopio.

Se si ammette l'opera di bonifica in funzione agraria di cui parla Strabone, ne viene di conseguenza che anche lungo i lidi esistessero limites centuriali, strade interpoderali di terra battuta utili all'economia locale, oppure su aggeres rilevati, se costeggianti le fossae di navigazione endolitoranea: un percorso assai più agevole rispetto ai montones, i cordoni dunosi con boscaglia o pineta litoranea, che solo a partire dal secolo scorso sono stati demoliti lungo la costa altoadriatica. Segni e relitti di questo assetto sono rimasti qua e là sul territorio fino ai lidi, orientati per 20°NE o per 22°NE a Chioggia, Sottomarina, Malamocco, in prosecuzione di centuriazioni di Padova, o per 16° NO, a Jesolo, in attestazione di una centuriazione di Altino.

Chi guardi all'assetto urbanistico di Chioggia (mezza centuria, suddivisa in 20 campi lunghi 480 piedi e larghi 120, fra la piazza e il canale S. Domenico), a quello di Sottomarina (Clugies minor, attestata esattamente a una centuria e mezza di distanza), all'assetto del quartiere episcopale e delle strutture canalizie di Equilo (Jesolo), si convincerà facilmente che fin sotto i montones litoranei giunsero con le loro modeste viabilità agricole le centuriazioni del I secolo d. C., e che proprio sui limiti estremi delle centuriazioni dei lidi è potuto passare cinque secoli dopo l'esercito di Narsete.

Si è parlato molto della tavola Peutingeriana. La Peutingeriana è una carta geografica del mondo antico, non solo romano, di grandissima estensione: tutti gli studiosi che se ne sono occupati ne datano l'originale fra il III e il IV secolo, dato che si tratta di una copia medioevale di una grande mappa perduta. E' deformatissima naturalmente, perché costretta in un rotolo articolato in numerosi segmenti. Chi guarda la nostra zona, l'alto Adriatico in questa mappa antica, vede che non vi sono rappresentate lagune; peraltro se si guarda p.e. la Campania nella "Tabula" si trova il Lacus Avernus e il Lacus Acherusius: sono segnati con nome e una bella macchiolina ondulata che indica una superficie acquea. Analogamente, in Tripolitania: un bel lago di saline immense que cum luna crescunt et decrescunt; etc. E addirittura, presso alla rappresentazione di Aquileia, c'è la Fonte Timavi con un bel lago. Non è una prova, è un indizio, ma risulta abbastanza interessante quando si nota la suddetta assenza, mentre analoghe presenze figurano nella descrizione del periplo italico che fa Plinio nella sua Naturalis Historia.

Qui ha posto l'indice per primo quel grande scienziato che fu Santo Mazzarino, il quale legge (III,126): Sequitur decima regio Italiae, Hadriatico mari adposita, cuius Venetia, fluvius Silis ex montibus tarvisanis, oppidum Altinum.., e smen­tisce con la forza della sintassi tutti i commentatori pigri (che avevano ritenuto che quella Venetia fosse "nient'altro che la grande Venetia del basso impero"), concludendo che "la Venetia di Plinio sia solo e soltanto la laguna veneta", o " Chioggia e il Medoaco", etc.

Ma che cos'era questa cosa " estremamente piccola" (ancora Mazzarino) che Plinio chiama Venetia? Era proprio una laguna? E perché allora Plinio quando trova altre lacunae come la Palus Pomptina, il lacus Lucrinus et Avernus, il lacus Pantanus, o la Acherusia palus, le cita una per una distinguendo lacus da palus, con grande precisione, e non nomina invece come lacuna, e nemmeno come palus, la laguna veneta, certamente più grande e più interessante (per le escursioni di marea)?

Ripeto qui la mia ipotesi di alcuni anni or sono: questa Venetia è probabilmente una entità geografico-giuridica particolare. Chi si occupa di iscrizioni romane, sa che nel territorio contiguo alla laguna, si sono trovate un certo numero di iscrizioni dedicate a dei prefetti iure dicundo, destinati a celebrare il diritto, a fare giustizia. Questi prefetti iure dicundo non lavorano nel loro Municipium, sono dei cittadini patavini che dovevano operare in un territorio diverso da quello del Municipio di Padova, ad esso legato, ma sottratto alla sua giurisdizione. L'ipotesi viene spontanea, se ricordiamo le antiche campagne patavine verso la foce del Medoaco, se ricordiamo che il Vescovo di Padova si trasferisce a Malamocco dopo la distruzione Longobarda del 601.

Questa è probabilmente la Venetia di Plinio e di Mazzarino (ma non è una laguna, bensì forse una praefectura), la zona che ha delimitato il nostro destino, che ha visto il nascere di questa Città, l'area rivoaltino-metamaucense, nella quale si sono sovrapposte le confinazioni agrimensorie patavine ed altinati.

Non era una novità neanche questa, i Veneti litigavano frequentemente fra loro per i confini: hanno litigato quelli di Este con Padova, quelli di Vicenza con Este, e dovettero intervenire - II secolo a. C. - i Romani a far cessare le liti, a dare a ciascuno il suo.

E' molto probabile che in quest'area vi sia stato un'agro autonomo dipendente forse da Padova, forse in parte anche da Altino, che ebbe un destino diverso, come ebbe forse un destino diverso per esempio la Regione Saccisica (con al centro Piove di Sacco), che era dentro i confini dell' agro patavino, ma che probabilmente è divenuta di proprietà fiscale nel tardo impero.

Un territorio retto a praefectura, più tardi fiscale, può essere stato quello di Rivoalto: un'area di confine fra due municipi, sottratta alle loro liti (nel territorio urbano di Venezia si leggono assi e orientamenti centuriali pertinenti sia a Padova sia ad Altino, che si sovrappongono l'un l'altro), un'area nella quale, al sorgere di Rivoalto e della Civitas Veneciarum si conservano ancora proprietà immense di talune famiglie dogali, a cominciare per esempio da quelle dei Particiaci Badoeri.

Molti elementi, molti fattori - naturali e antropici - , indipendenti talvolta fra loro, sembrano coalizzarsi per configurare questo destino. L'ultimo che vi propongo è un capitolo attribuito all'imperatore Costantino VII Porfirogenito, il quale nel suo De administrando imperio, detta una descrizione di questi luoghi: esso è stato perciò datato nella prima metà del X secolo.

Ma la più autorevole edizione scientifica di quest'opera, pubblicata nel 1949 (Moravcsik e Jenkins), ha dimostrato che si tratta di un "collage" di diverse fonti, di varia forma redazionale, e certamente di differente età.

Con questa premessa, vediamo il contenuto per noi interessante della narrazione (capitoli 27 e 28).

Costantino VII descrive questi luoghi: elenca prima una serie di Kastra sulle "isole" (nesoi), che si dimostrano naturalmente essere i lidi, coincidendo perfettamente con i nomi dei lidi attuali, o con nomi dei lidi attestati in fonti documentali medioevali. Questo elenco è probabilmente un testo del VI secolo, del VII secolo al massimo. Esiste poi un secondo elenco nel quale si elencano una serie di kastra "en te stereà eis to meros tes italìas", cioè nelle terreferme verso la parte dell'Italia; ma questi kastra non riguardano Mestre, o Treviso o Padova: vengono infatti nominati Cittanova, Fine, Equilo, Ammiana, Torcello, Murano, Rialto, questi sono i centri delle terreferme verso l'Italia. In parte sono scomparsi, in parte oggi sono isole in mezzo alla laguna. Questa seconda fonte più tarda della prima, nomina i centri della colonizzazione venetica arcaica, e può essere datata all'VIII-IX secolo, mentre il livello marino è nuovamente basso per la regressione eustatica dello stesso periodo.

Infine (cap. 28) c'è un raccontino che ci riguarda, relativo alla guerra di Pipino contro Venezia (810). L'imperatore bizantino sembra molto interessato a questo episodio, perchè i Veneziani resistono a Pipino, secondo la tradizione, proclamando al re carolingio la loro fedeltà all'imperatore di Costantinopoli: ciò appare molto importante per il mantenimento del potere bizantino in questa provincia, che era già stata definita A Deo conservata, conservataci da Dio, ma nel X secolo si denominava ormai ducatus Venetiarum, e si atteggiava come indipendente.

In questo terzo episodio, giustapposto agli altri, si nota che la penna è tanto diversa da denominare in modo diverso le stesse città che aveva nominato prima: se nel secondo elenco "Cittanova" era nominata come Neocastron ora viene chiamata Tzibitanouba che è una versione fonetica di Civitanova. Così pure la denominazione di Malamocco muta da Madaukon (cioè Medoaco, nome romano) a Madamaukon (nome venetico). Ma c'è di più.

Nel racconto si dice che i Veneziani avevano abbandonato Tzibita nouba, cioè Civitanova, perchè era un'isola troppo vicina al continente, e si erano trasferiti in un'altra (Rialto) in quanto distante dal continente per quanto si possa tentare di vedervi un uomo a cavallo. Poichè un uomo a cavallo si potrà vedere a 800 metri , 900 metri, 1000 al massimo, si può ritenere che all'epoca della terza fonte (verosimilmente fine IX - inizio X secolo, con apporti veneziani) ci fosse una zona di palude di circa un chilometro.

Ciò è verosimile, perchè fra IX e X secolo è nota la seconda forte trasgressione marina medioevale fra Rialto e la terraferma. Ma nel capitolo precedente era stato identificato Rialto come un kastron che stava en te stereà, cioè nella terraferma verso l'Italia. Ecco come in tre fasi diverse si può identificare non quello che il Kretschmayr (che non sapeva di subsidenza nè di livelli marini) riteneva un "lapsus" del manuale di Costantino VII, ma invece una giustapposizione inabile e superficiale di fonti diverse che forniscono tre fotografie diverse del mutare del territorio durante almeno tre secoli: i secoli che videro la trasformazione, per fasi successive, del territorio della Venetia pliniana nella laguna di Venezia.

Racconta Giovanni Diacono come eventi insoliti e disastrosi, alle date del 764-804 e dell'886, che il mare crebbe tanto da coprire tutte le isole, e che aque diluvii penetrarono così nei territori, da coprire tutte le case, da entrare in tutte le chiese. Nasceva un panorama nuovo: si doveva imparare a fare i conti con il mare, con le acque alte, con le mareggiate e le alluvioni. I fiumi divenivano canali salsi dipenetrazione in una laguna.



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