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LE COMUNITA’ RELIGIOSE NELLE ISOLE
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| Veduta San
Giorgio |
L’origine conventuale di molti insediamenti lagunari
è riscontrabile nel complesso di San Giorgio Maggiore, un’isola che
oggi fa parte a tutti gli effetti del centro storico di Venezia costituendo
il fondale visivo, oltre il Bacino, della stessa Piazza San Marco. Dopo
la visita a quest’isola si propongono due distinti percorsi, l’uno nella
laguna sud fino all’isola di San Lazzaro degli Armeni e l’altro nella
laguna nord fino all’isola di San Francesco nel Deserto, verso luoghi
che ancor oggi, nonostante le vicende attraversate nei secoli, conservano
l’atmosfera della vita delle prime comunità monastiche. Quindi dall’area
turisticamente più affollata della città fino alle isole meno conosciute,
immersi nel paesaggio acqueo della laguna, percorrendone i canali ed
approdando ad isole diverse, ci si troverà ripetutamente a varcare una
soglia che immette in uno spazio silenzioso e sereno: il chiostro. Nei
monasteri questo cortile protetto a forma quadrata "il luogo in
cui si medita sui misteri divini e si avanza verso la conoscenza"
(Duby "L’arte e la società medievale" Bari ’81 pag. 350),
è il perno intorno al quale si distribuiscono gli edifici destinati
alla vita collettiva: la chiesa, i dormitori, il refettorio, la cucina,
la biblioteca, le foresterie fino a magazzini, stalle e laboratori.
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| San Michele
chiostro del convento |
Anche i monasteri benedettini della laguna come quelli
più noti della terraferma, presentano un’organizzazione degli spazi
pienamente rispondente al motto "ora et labora" che prevede
un rapporto equilibrato tra contemplazione e attività pratica. Quest’ultima
va identificata già prima dell’anno mille in impegno ad organizzare
orti e vigneti oltre che nella produzione di sale, nella pesca, nell’allevamento.
Tuttavia accanto a queste consuetudini si sono aggiunte presto funzioni
più specifiche connesse alla particolare posizione e configurazione
che Venezia andava assumendo. I Conventi sono divenuti in alcuni casi
ospizi per i pellegrini diretti in terra santa oppure ospedali per i
pellegrini ammalati o lazzaretti necessari date le frequenti epidemie
riferibili ad una città-porto come anche luoghi di quarantena di navi,
merci e persone ed infine avamposti militari strategicamente posizionati
sulle mura di Venezia cioè sulle acque.
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| Cartina Bordone |
L’incisione di Benedetto Bordone del 1528, la più antica
pianta prospettica della laguna, illustra chiaramente il ruolo fondamentale
dei monasteri che circondano Venezia posti in isole contornate da mura
dalle quali emergono campanili, coperture con camini, vegetazione e
collegati ad una rete di canali straordinariamente vitale di scambi
tra entroterra, città e bocche di porto. Oggi si possono raggiungere
ancora molte delle isole dei monasteri illustrate dalla veduta ma il
significato più affascinante espresso da questo documento, quello di
una città diffusa e complessa, appare il momento, difficilmente esperibile.
San Giorgio
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| Cartina laguna nord Venezia |
L’isola di San Giorgio è raggiungibile traghettando
con i mezzi pubblici da Riva degli Schiavoni (linea 82 Actv) ma è necessario
contattare la Fondazione Cini per visitare oltre la chiesa ed il campanile
anche il resto del convento. Per raggiungere in seguito l’isola di San
Lazzaro è necessario imbarcarsi sulla linea n° 20 dell’Actv da San Zaccaria
previo appuntamento con i padri armeni mechitaristi. La veduta di Jacopo
De Barbari illustra dettagliatamente l’isola di San Giorgio nella complessità
raggiunta dal monastero nell’anno 1500 quando cioè rispetto ala prima
abbazia benedettina del 982 erano intervenute notevoli trasformazioni
in parte per la ricostruzione dopo il terremoto del 1223 ed in parte
per gli ampliamenti rispondenti all’importanza sempre maggiore assunta
da questo luogo sia come foresteria per ospiti illustri della Repubblica
sia come centro religioso e culturale.
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| Cartina De
Barbari San Giorgio |
In particolare Cosimo I de‘ Medici, in esilio a
Venezia, ospitato nell’isola, raccoglie qui in breve tempo i testi per
una moderna biblioteca e ne fa costruire l’edificio al proprio architetto
di fiducia, Michelozzo intorno al 1433. Se appare difficile riconoscere
tale biblioteca, probabilmente simile a quella del Convento di San Marco
a Firenze, nella veduta del De Barbari, il confronto tra quest’ultima
e la situazione attuale non può che sottolinearne la profonda diversità
dato che l’assetto odierno è il risultato di un’ulteriore fase di lavori
iniziati alla metà del ‘500 e conclusi nel ’60 e al rifacimento nel
1791 della quattrocentesca torre campanaria crollata nel 1773. Eppure
nella pianta del De Barbari compare anche un edificio in costruzione:
lungo e stretto, posto dietro l’abside della chiesa, identificabile
per la trifora e la mancanza della copertura: si tratta del Dormitorio,
detto "manica lunga", il più antico tra gli spazi che oggi
si possono visitare nel monastero. Questo edificio che si sviluppa in
lunghezza per più di 120 metri, si affaccia a nord sul Canale di San
Marco, prosegue alle spalle della chiesa sino a costruire il lato orientale
di uno dei due chiostri del monastero. Nell’interno, al primo piano,
un lungo corridoio luminosissimo da accesso alle celle dei monaci contrassegnati
da porte o semplici cornici in pietra secondo il progetto di Guglielmo
Buora realizzato nel 1494.
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| Corridoio Giorgio Cini |
L’ingresso al Monastero, oggi sede della Fondazione
Giorgio Cini avviene dal sagrato stesso della chiesa ed immette nel
chiostro realizzato su disegno di Andrea Palladio. Le quattro ali sono
a portico con arcate sorrette da un ordine ionico a colonne binate in
profondità. Dal chiostro palladiano si passa in assoluta continuità
a quello più antico detto degli "allori" per accedere rispettivamente,
alla Sala Capitolare e allo splendido Refettorio concepito da Palladio
come sequenza di tre ambienti: vestibolo a pianta quadrata, breve vano
con edicole contenenti lavelli in marmo rosso e grande aula voltata.
Per il Refettorio era stato commissionato a Paolo Veronese il dipinto
"Le nozze di Cana" trasferito dai francesi al Louvre dopo
la soppressione del Convento nel 1797.
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| Piantina
del Convento e chiesa (San Giorgio) |
Sul Chiostro palladiano si apre lo scalone d’onore realizzato alla metà
del ‘600 da Baldassarre Longhena nell’ambito dei lavori di rifacimento
della Biblioteca di Michelozzo, bruciata in un incendio. Il corpo della
biblioteca seicentesca è posto quindi al primo piano a cavallo tra i
due chiostri. Si tratta di un grande spazio unitario organizzato con
enormi scaffalature barocche che ospitano circa 100 mila volumi di storia
dell’arte. All’intervento di Longhena sono inoltre da riferire la Foresteria
piccola o degli abati e l’edificio del noviziato. Dopo la visita al
Monastero ci si può inoltrare nel parco che si estende sul lato sud
dell’isola con il Teatro Verde realizzato nel 1951 durante la campagna
di restauri dopo circa un secolo di abbandono.
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| Chiostro
palladiano (Giorgio Cini) |
Ancora all’interno del Monastero, in particolare dal
chiostro palladiano, è possibile seguire l’allinearsi parallelo dei
volumi della chiesa. La facciata bianca, rivolta all’intero bacino di
San Marco, realizzata nel 1610, dopo la morte di Andrea Palladio, annuncia
per l’accento chiaro e per i due distinti ordini con rispettivi timpani
a livelli diversi, l'interno luminoso e a tre navate. Nonostante il
notevole sviluppo longitudinale della pianta corrispondente alla successione
di navate, transetto presbiterio e profondo coro per i monaci, la percezione
dello spazio è unitaria per effetto dell’accentramento generato dalla
cupola. L’apparente semplicità di questo interno accentuata da uno scarno
apparato decorativo è frutto della magistrale composizione di palladio
della pianta longitudinale più funzionale e di quella centrale "attissima
a dimostrare la Unità, la Infinita essenza e la Uniformità et Giustizia
di Dio" (Andrea Palladio). Tra i numerosi dipinti visibili a San
Giorgio va ricordata l’opera di Jacopo Tintoretto ha dipinto poco prima
di morire ovvero "L’ultima cena" che si trova sulla parete
destra del presbiterio. Su richiesta è possibile vedere, con accesso
dal presbiterio "San Giorgio che uccide il Drago" di Vittore
Carpaccio firmata e datata 1516.
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| Quadro Carpaccio
(San Giorgio) |
Dal presbiterio si può passare in sagrestia e quindi
salire in ascensore sul campanile. Il campanile di San Giorgio offre
un panorama straordinario non solo della città ma della laguna quindi
delle mete dell’itinerario qui proposto: verso sud, stagliate lungo
il profilo del Lido, si possono chiaramente distinguere le isole di
San Servolo e di San Lazzaro degli Armeni oltre a tutte le altre isole
poste sui canali che si collegano alle bocche di porto di Malamocco.
Da S. Giorgio a S. Lazzaro degli Armeni
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| Foto area
laguna |
Per raggiungere l’Isola di San Lazzaro degli Armeni
si parte con i servizi di linea da Riva Schiavoni procedendo così all’attraversamento
del Bacino di San Marco per imboccare il canale dell’Orfanello. In questo
primo tratto si ha ancora una visione di San Giorgio dal lato maggiormente
trasformato nell’800 dopo la soppressione del convento benedettino e
la conversione in porto franco. Una serie di docks si allineano con
la facciata a tre frontoni semicircolari della Manica Lunga e prospettano
su una darsena con le caratteristiche torrette-faro in pietra d’Istria.
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| Particolare
mappa Benedetto Bordone |
Superato il Canale di San Nicolò, che conduce alla
bocca di porto, ci si avvicina al Lido lungo il Canale del Lazzaretto.
Su questo importate snodo di canali navigabili sorgeva una delle più
antiche abbazie benedettine (800 circa) quella dell’isola di San Servolo.
Nel corso del XVIII secolo venne qui a costituirsi un complesso ospedaliero
per i malati di mente, inizialmente solo appartenenti alle famiglie
nobili. L’aspetto attuale, caratterizzato dai due campanili a cipolla,
è il risultato di importanti interventi settecenteschi da parte dell’architetto
Tommaso Temanza per l’Ospedale e da parte dell’architetto Giovanni Antonio
Scalfarotto per la chiesa. A poca distanza dall’isola di San Servolo
proseguendo sul canale del Lazzaretto che termina all’isola omonima,
un tempo luogo di raccolta degli appestati, si può approdare a San Lazzaro
degli Armeni.
San Lazzaro degli Armeni
Il nome dell’isola dedicata a San Lazzaro, santo tradizionalmente
connesso ai lebbrosari, riporta all’originaria destinazione di questo
luogo ad ospedale per i malati di lebbra. Infatti, dopo una prima concentrazione
dei lebbrosi in una corte di San Trovaso, nel 1262 si dispose che tali
malati fossero trasferiti nell’isola. Più tardi, in seguito ad una drastica
riduzione di casi di lebbra, l’ospitalità fu estesa anche ai mendicanti
e a fine ‘500 con la grandiosa costruzione presso Santi Giovanni e Paolo
di un nuovo ospedale anche quest’ultima funzione fu trasferita a Venezia.
L’isola pur mantenendo il nome di San Lazzaro venne pressoché abbandonata
per essere ceduta solo agli inizi del ‘700 alla congregazione monastica
che ancor oggi vi risiede: i padri armeni Mechitaristi. Pur trattandosi
di una comunità religiosa, questa non venne soppressa da Napoleone che
la considerò un’accademia letteraria probabilmente in rapporto all’importante
attività editoriale svolta dai monaci. La comunità armena ha profondamente
trasformato l’isola ampliandone la superficie e ricostruendone quasi
integralmente gli edifici.
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| Foto aerea
isola San Lazzaro |
Appena scesi dal battello, si nota nel piazzale fiorito
accanto ad un melograno, albero nazionale, la grande croce di pietra
scolpita del XIV secolo proveniente dall’Armenia e la statua bronzea
del fondatore della comunità: il monaco e nobile armeno Manug di Pietro
detto Mechitar cioè Consolatore, che con alcuni seguaci, era sfuggito
all’invasione turca raggiungendo Venezia.
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| Chiostro
San Lazzaro |
La visita al complesso è guidata da un membro del monastero
che con disinvoltura si esprime nelle diverse lingue dei visitatori
fino a cantare qualche Salmo in lingua armena. Nonostante l’ambiente
del monastero sia nelle forme architettoniche e negli apparati decorativi
del tutto settecentesco, il contatto con la cultura armena avviene proprio
attraverso le parole della guida che illustra vivacemente la storia
del popolo armeno, la collocazione geografica originaria e soprattutto
le caratteristiche della lingua e la profonda religiosità. Dall’ingresso
si accede al chiostro luminoso e ampio arricchito di vegetazione e reperti
archeologici. Al piano terreno è possibile visitare la chiesa "gotica"
risalente al 1340 ma più volte restaurata fino a raggiungere l’aspetto
attuale nel 1909. Poco distante, ancora nel chiostro, si accede al refettorio
del 1739 riservato ai Padri e agli alunni del Seminario. Colpisce la
scritta sopra la porta di ingresso che, in armeno, dice: "Qui si
deve osservare il silenzio e ascoltare la Sacra Bibbia", infatti
durante i pasti, i più giovani membri della comunità leggono ai commensali
pagine delle Scritture dall’alto del piccolo pulpito che si affaccia
sulla sala. Si sale al primo piano attraverso lo scalone, in realtà
di piccole dimensioni, ma rispondente per i partiti decorativi con balaustra
in ferro battuto, decorazione a stucchi alla moda del ‘700. Attraverso
ariosi corridoi scanditi dalle porte alle celle dei monaci e affacciati
alternativamente sul chiostro o sulla laguna si visita la galleria di
pittura, il museo di singolari oggetti tra i quali compare persino una
mummia egiziana, per raggiungere il vero tesoro del convento: la biblioteca.
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| Codice armeno |
Questa sala con magnifico pavimento a terrazzo a decorazioni
e soffitto con stucchi ed affreschi, ha le pareti interamente rivestite
di scaffali antichi di legno di pero contenenti buona parte del fondo
librario. Tuttavia per la conservazione dei manoscritti più preziosi
è stato recentemente costruito un nuovo corpo di fabbrica a forma circolare,
qui è possibile ammirare preziosissimi codici miniati tra i quali un
Vangelo del 1330.
Da S. Giorgio a S. Francesco del deserto
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| Cartina laguna
sud Venezia |
Nuovamente a Riva Schiavoni è possibile con le linee
ACTV raggiungere la Fondamenta Nuove circumnavigando Venezia nelle propaggini
più orientali. Al centro di un estesissimo imbonimento di fine XIX secolo,
identificabile per l’enorme campanile costruito nel 1958 si trova, un
tempo completamente circondato dalle acque come testimoniato dalla veduta
di Benedetto Bordone, il Convento di Sant’Elena. In questo percorso
si passa dalla laguna sud alla laguna nord per il Canale delle Navi
e, dopo un lungo tragitto, si arriva alle Fondamenta Nuove dove ci si
può imbarcare per Burano per raggiungere l’Isola di San Francesco del
deserto. Nel tratto che precede Murano si incontra un’altra importante
testimonianza della presenza delle comunità monastiche in laguna: San
Michele.
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| Particolare
De Barbari con San Michele e San Cristoforo |
L’isola venne congiunta attraverso un grande intervento
di interramento di un canale alla vicina isola di San Cristoforo agli
inizi del XIX secolo ed assunse da quel periodo destinazione cimiteriale.
In precedenza la situazione doveva essere quella che appare nella veduta
del De Barbari.
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| Pianta San
Michele chiesa e chiostro |
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| San Michele
veduta facciata |
Del convento fondato dai Camaldolesi nel 1212 resta
oggi la Chiesa con il campanile ed il chiostro mentre è andata perduta
la famosa biblioteca che caratterizzava questo luogo come importante
centro di studi nel quale Fra Mauro realizzò il mappamondo oggi conservato
alla Biblioteca Marciana. Mentre il campanile ed il chiostro sono gotici
la facciata della Chiesa di Mauro Codussi costituisce una delle prime
testimonianze del Rinascimento a Venezia. Affiancata dal volume bianco
della Cappella Emiliani (1530), la facciata candida di San Michele attira
lo sguardo fin da lontano per le calibrate misure e per il profilo tripartito
con timpano a semicerchio, oculo centrale e contrafforti curvilinei.
Nell’interessante interno si può notare il "barco" cioè il
coro pensile separato e destinato ai frati.
Una volta a Burano, è necessario raggiungere San Francesco del Deserto
con un taxi o delle imbarcazioni private ma è anche possibile accordarsi
con i Frati per essere trasportati nell'isola attraverso un breve tratto.
S. Francesco del deserto
L'isola di San Francesco del Deserto è caratterizzata
da un paesaggio continuamente variabile per effetto dei bassi fondali
di tanto in tanto affioranti che la circondano, inoltre cipressi secolari
insieme a d altre essenze immergono le costruzioni in un parco rigoglioso.
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| Veduta aerea
San Francesco del Deserto |
Chiostro
San Francesco Del Deserto |
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San
Francesco del Deserto con Frati |
Il fascino dell'isola si congiunge strettamente alle
numerose leggende che narrano di come San Francesco d'Assisi sia approdato
qui trovando rifugio durante una tempesta quando, intorno al 1220, era
di ritorno dalla Terra Santa. Dopo questa miracolosa sosta sorsero nell'isola
prima una chiesa dedicata al Santo e di lì a poco un convento dell'Ordine
francescano. Con intervalli, dovuti all'imperversare della malaria in
questa parte di laguna, il luogo rimase ai Francescani fino alla soppressione
anche di questo convento da parte di Napoleone nel 1806. San Francesco
del Deserto subì allora la trasformazione in deposito militare.
I Frati Francescani Minori ne rientrarono in possesso dal 1858 ricostruendo
la Chiesa e restaurando il convento articolato ancor oggi intorno a
due chiostri: l'uno trecentesco e l'altro rinascimentale.
La comunità religiosa attualmente è qui costituita da un numero assai
ridotto di componenti eppure, in questo luogo suggestivo, più che negli
altri conventi visitati, è possibile cogliere la dimensione contemplativa
propria della vita monastica che i Francescani permettono di condividere
offrendo ospitalità nelle celle per periodi di ritiro in silenzio e
meditazione.
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